Malone Washek, tipografo ermeneutico e tabagista compulsivo, residente nella città di Ucronìa, non distante dal confine tra la Germania e la Repubblica Ceca, visse la maggior parte dei suoi anni anonimamente, privo di ambizioni e appagato dalla sua stessa mediocrità. Amante del legno e della plastica profumata, del calore dell'inchiostro e delle ciliegie candite in barattolo, non ebbe mai il desiderio di possedere una famiglia e per questo veniva giudicato negativamente dei suoi coetanei che, oramai sposati e genitori, conoscevano più che altro il sacrificio per la progenie.
Carico di disprezzo per la carne ed irresistibilmente attratto dagli acri olezzi, non disdegnava di fermarsi alcuni minuti presso la discarica cittadina, nei pressi di un ristorante asiatico, onde inondare le nari dell'aroma di cui l'aria di lì era partecipe, speranzoso di poterlo continuare ad assaporare nell'arco della giornata, immerso tra le presse ed i torchi. Perse tre delle dita, più precisamente il pollice, l'indice ed il medio della mano destra per via di un mangano che gliele portò via come punizione per essersi distratto ed al posto dei quali indossava una sorta di spuntone metallico che con un po' di pratica, negli anni, era riuscito ad utilizzare a mo' di chela.
«Sei un imbecille, Washek!» urlò irrompendo nella stamperia dal suo angusto ufficio, il cui pavimento era celato da svariati centimetri di polvere e capelli, il titolare della stamperia, brandendo un volumetto amaranto, un pomeriggio di primavera. «Guarda qui: è l'aldina più sbavata e sudicia che abbia mai visto in anni di attività; come hai fatto a non accorgerti che le lastre si fossero consunte?» proseguì. «Ma signor Rottëncul, come avrei potuto accorgermene? L'aldina nasce per essere letta scorrevolmente e quindi ho scorso le righe così veloce che non ho potuto notare l'errore» tentò di giustificarsi l'altro. «Vedi Washek, il tuo problema non è la mano spastica o il tuo occhio di vetro [che si era cavato accidentalmente con lo spuntone di metallo, dopo qualche giorno che aveva deciso di impiantarsi], ma il tuo cervello che oramai sembra essere stato mangiucchiato dai vermi. Questa settimana per te niente salario e ti porti a casa tutte le copie de “I frammenti apocrifi di Ah-un-maiale-costui-è” che hai rovinato!». Dopo aver annuito con remissività, Malone, a dimostrazione della buona volontà sul lavoro, principiò la sostituzione delle lastre di bronzo oramai usurate.
Uscito dalla struttura con la camicia di tela imbrattata di nero per via dell'operazione eseguita poco prima, sorreggendo una pila composta da una ventina di tomi e tremando ancora per la discussione affrontata, Malone imboccò la via di casa – un monolocale minuscolo in disordine, senza acqua corrente e riscaldamento, situato al quarto piano di un palazzo fatiscente, costruito con i detriti delle ciminiere appartenute alle cappellerie radioattive di cui Ucronìa un tempo era costipata, chiuse dalla legge emessa dal ministro della sanità, volta a proibire i cappelli in quanto mezzo di trasmissione di pediculosi ed altri morbi virulenti – e pochi passi dopo inciampò su una ruota abbandonata sul ciglio della strada, spargendo a terra le pagine illeggibili dei libri e lacerandosi i calzoni. Si grattò morbosamente la testa scapigliata, una volta rialzatosi, poi calciò uno dei fascicoli e, masticandosi le guance dall'interno, iniziò a detestare l'idea che la sua mediocrità tanto amata stesse divenendo in qualche modo “inferiorità”.
«Ne prendo solo uno, di questi, e gli altri se li mangeranno i topi» sentenziò tacitamente raccogliendo un volume; poi tornò a casa. Lo scricchiolio dei cardini ossidati che rendevano difficile l'ingresso – come accadeva quotidianamente – rammentava a Malone il suono delle presse, dunque lo stato d'animo avuto al lavoro di regola ero lo stesso che aleggiava in casa. Egli lanciò il libretto contro un tavolino, facendo cadere un posacenere che ivi si trovava da tempo e che si frantumò in diversi pezzi, cospargendo le mattonelle sottostanti di cenere e mozziconi. Toltosi la camicia, in canottiera, frugò tra gli scaffali dell'angolo cucina in cerca della cena: un ammaccato barattolo di chicchi di mais al miele che ingurgitò svogliatamente prima di coricarsi, carico di desiderio di un avvenire migliore rispetto al giorno trascorso; era raro che puntasse a qualcosa di meglio e, in effetti, lui stesso se ne stupì. Non necessitava di possedere una sveglia poiché la sirena che poneva fine al turno di notte degli operai della fabbrica di bombole adiacente al palazzo, lo svegliava regolarmente ogni giorno di prima mattina. Malone dunque si alzò dal letto, si passò una spugna umida sulla pelle e poi del profumo a buon mercato, si vestì con una camicia pulita e, accesa una sigaretta lacerata trovata tra le scheggiate piastrelle del pavimento, uscì dal monolocale onde comprare del tabacco e poi tornare alla tipografia per qualche straordinario, finalizzato a convincere il proprietario a pagarlo per quella settimana: nel suo portafogli quegli aveva solo qualche spicciolo e null'altro da parte.
«Washek, qualche straordinario non ti basterà ad ottenere il salario per questa settimana: hai fatto danni pari all'ammontare dello stipendio; ti pagherò semmai le ore di lavoro in più, ammesso tu non faccia altri danni» disse severamente Rottëncul ed aggiunse: «Quasi dimenticavo... questa mattina, prima dell'orario di lavoro, ci fa visita Arthur von Scheepgang, proprietario della casa editrice omonima: vuole concludere un affare con noi, il quale ci consentirebbe di stampare migliaia e migliaia di volumi del “De rerum natura” degli Intellettuali riuniti [ovvero una commistione contraddittoria di tutti i testi intitolati in quel modo dall'età ellenica in poi]. Se l'affare dovesse andare a monte per qualche problema relativo alla visita dimenticati pure il tuo posto di lavoro!». Malone replicò animatamente: «Ma signore, ho sempre lavorato diligentemente e con costanza senza commettere errori, eccetto l'aldina sbavata, si intende...». Il superiore lo interruppe e gli urlò immediatamente: «Non osare mai più cercare di difenderti così! Le tue sono solo stupidaggini. Ricordi quando ti mozzasti le dita? Il tuo sangue sciupò quasi dieci libri che dovemmo buttare al macero, quindi siamo ben oltre un solo errore; ricordatelo!». Malone tornò a pressare le pagine.
Passarono solo alcuni minuti e finalmente il magnate delle pubblicazioni, il signor von Scheepgang, fece il suo ingresso nell'officina della carta, gravando impietosamente sulle doghe di legno del pavimento, che a contatto con gli stivali lucidi dell'imprenditore e del suo bastone di ebano con il manico d'argento a forma di muso di iena, a loro volta condannati a sostenere il peso dell'enorme mole di adipe dell'uomo, si rivolse senza saluto all'operaio, chiedendogli dove potesse trovare il direttore della ditta. La sua voce era melensa e viscida, come se in gola nascondesse un'immensa bilia di muco. Egli, inoltre, portava appresso un nanerottolo gobbo, dalla goffa camminata, con la mandibola sporgente ed i capelli radi, evidentemente ritardato, sulle spalle del quale, sopra la giacca di velluto che indossava, giaceva indisturbata una folta coltre di forfora. Rottëncul accorse al cospetto del ricco con aria servile e, dopo avergli dato il benvenuto, lo invitò ad accomodarsi nel suo ufficio che per l'occasione aveva fatto ripulire, come si poteva notare sbirciando oltre la porta, in quel momento accostata.
Le due illuminate menti si ritirarono in privato per concordare i termini della commissione, subito dopo che l'editore sovrappeso ebbe presentato il suo accompagnatore, nonché primogenito, Martin Willem von Scheepgang che però volle restare a gironzolare tra i marchingegni dell'officina: il capo della stamperia infatti ammonì aspramente il suo sottoposto, berciandogli: «Che il signorino Scheepgang possa curiosare in tutta sicurezza: siete voi responsabile per lui; lasciatelo divertire ma sorvegliatelo, affinché eviti di farsi male. Chiaro?». Malone, sorpreso dal fatto che il capo gli avesse dato del voi, annuì timidamente.
Von Scheepgang, quindi, si accomodò nell'ufficio e Rottëncul lo seguì chiudendo energicamente la porta, il cui finissimo vetro opaco vibrò a lungo distraendo il rampollo che si accingeva ad avvicinarsi alla pressa alla quale Washek stava lavorando. Fermatosi un momento per evitare incidenti col giovanotto, egli cominciò a parlargli con gentilezza: «Ciao Martin, ti piace questo macchinario? È un torchio e serve per stampare le pagine dei libri», ma il ragazzo sebbene avesse uno sguardo incuriosito, rispondeva con versi gutturali di difficile interpretazione. Martin si appropinquò ulteriormente alla postazione di lavoro dell'operaio cercando di afferrare la leva che abbassava la lastra di bronzo, tuttavia Malone, temendo che quegli potesse ferirsi in qualche modo, lo fermò bruscamente e finì per graffiarlo leggermente sul polso sinistro con la protesi di acciaio. Le grida che Martin principiò a sollevare, commistione di disappunto per il secco divieto e per il bruciore dovuto alla lieve ferita, terrorizzarono Malone che perciò realizzò subitamente che quel gesto disgraziato gli sarebbe costato il posto di lavoro.
Prontamente l'operaio si lanciò verso il giovane e tentò di massaggiargli la zona arrossata, ben visibile a contrasto con la sua pelle grigiastra e screpolata, domandando perdono come una cantilena per la sua sbadataggine. Inizialmente Martin parve calmarsi, dato il contatto fisico coll'altro e Malone si sentì riavere nel momento in cui si accorse che, presi probabilmente dall'accordo circa i termini contrattuali, i due nell'altra stanza non avevano udito il grido del ritardato. Il ragazzo comunque di lì a poco, stimolato dalla sensazione tattile sul polso, mostrò fieramente una imponente erezione all’altro che, sentendosi a disagio, si allontanò repentinamente. Martin allora emise altri suoni profondi ed incomprensibili ma dal tono deciso e poi, sbottonatosi i calzoni, estrasse il suo membro ingrossato e lo mostrò a Malone.
Giocherellando con la propria appendice maschile, il giovane von Scheepgang si diresse verso il tipografo ermeneutico, il quale indietreggiò e cominciò a comprendere che l'altro volesse approcciarglisi sessualmente: l'idea lo disgustò ed allo stesso tempo attrasse e ciò lo spaventò enormemente: chiese a sé stesso da quanto tempo non facesse sesso e rimembrò che non avesse mai conosciuto donna alcuna; forse era quella la ragione per la quale i suoi pensieri erano stati in un certo senso discordanti – di sicuro egli se lo augurava con tutto il cuore.
Fu in quel momento che Malone avvertì il suono delle gambe delle sedie, proveniente dall'ufficio, che strusciavano sul parquet, sicché si accorse che i due imprenditori sarebbero presto usciti ed avrebbero visto quell'oscena immagine. «Rimettitelo dentro» gli sussurrò rabbiosamente: «rimettitelo dentro, per Dio!». Però Martin non ascoltava e continuava il suo gioco perverso ed inconsapevole con disinvoltura. Malone realizzò di non avere scelta pertanto, carico di disgusto verso sé stesso, afferrò il pene del primogenito di von Scheepgang con la chela e provò a infilarglielo dentro ai pantaloni ma quella disperata operazione non fece che eccitare ancor più l'altro e proprio in quell'istante Arthur e Rottëncul uscirono dalla stanzetta e si trovarono davanti agli occhi quell'infimo operaio che stava toccando le parti intime del primogenito della più grande famiglia di editori della zona.
Come se non bastasse, Martin eiaculò sulla mano monca di Malone che velocemente la ritrasse schifato, tagliando via, involontariamente, una parte del prepuzio del giovane che, urlando con tutta la sua forza, si gettò a terra per il dolore, mentre suo padre si lanciava su di lui per aiutarlo, strappandosi i calzoni in tanti brandelli, dacché troppo fragili per sopportare le grasse cosce dell'uomo. Contemporaneamente, il proprietario della tipografia rientrò nel suo ufficio per chiamare soccorsi. In uno scatto d'ira furibonda, von Scheepgang scagliò contro Malone, ancora in piedi impietrito, il suo bastone, la cui testa di iena partecipe di file di denti luccicanti, colpendolo, gli staccò quasi di netto l’orecchio sinistro. Tamponandosi con la manica della camicia, già zuppa di sangue e rubando il bastone, come trattamento di fine rapporto, senza emettere nemmeno un gemito di patimento, Malone corse fuori dalla stamperia dirigendosi dalla parte opposta a casa sua. «Non posso tornare a casa: i birri mi verranno là a cercare e sicuramente von Scheepgang mi farà impiccare perché non ho soldi per un avvocato» pensava scappando, Malone.
La gente stava uscendo di casa, allestendo bancarelle e recandosi nei rispettivi luoghi di lavoro e Washek, sanguinante e sconvolto, fu spesso fermato da passanti che provarono ad aiutarlo, ricevendo come risposta, invece, spintoni ed accidenti da parte del fuggiasco. Il poveraccio non aveva mai visitato la sua città interamente – poca ne era la voglia – perciò si inoltrò per vicoli mai battuti in precedenza, perdendo di vista la luce del sole per via dei tantissimi capi di bucato che venivano stesi sopra di lui tra un palazzo e l'altro. Correndo, deviava costantemente direzione, come intendesse tracciare un labirinto coi suoi passi, fino a quando si immerse totalmente nell'oscurità di una galleria posta ai piedi di un imponente edificio, la cui entrata corrispondeva ad un arco differente da quelli che Malone era solito attraversare, siccome rassomigliava ad una parentesi graffa distesa orizzontalmente, con la punta rivolta verso l'alto. Proprio nel buio del tunnel, all'interno del quale la temperatura pareva drasticamente abbassarsi, irrazionalmente, Washek cercò di osservarsi – ovviamente invano – il palmo della mano, onde comprendere quanto sangue avesse perso per via della recisione dell'orecchio, mentre il dolore causato dal medesimo trauma, iniziava ad aumentare fortemente. Le gambe, intanto, si facevano sempre più pesanti, la sofferenza sempre più acuta, la paura sempre più soffocante e, rallentando, col fiatone, infine scorse una luce, intensa, quasi accecante, della stessa forma della parentesi graffa succitata, ossia l'uscita.
Sabbia dal colore dell'oro, baldacchini a strisce colorate posti sopra tarlati banconi di legno, uomini barbuti armati di sciabole e strani individui completamente coperti da cappucci e lunghe vesti scure riempivano una ampia piazza delimitata da mura di pietra ricoperte di muschio ormai secco, dietro al quale si scorgevano i tetti e i camini del resto di Ucronìa: un universo a sé stante, dentro ad una città. Egli si era rifugiato nel ghetto aristippico, sempre visto dai borghesi con sospetto e disprezzo. Credette di essere al sicuro dalle forze dell'ordine che non gli avrebbero dato la caccia là dentro, per cui decise di volersi riposare da qualche parte – magari un vicoletto sul quale accasciarsi per qualche ora – in attesa di recuperare le energie ed attendere l'assopimento del dolore. «Ancora qualche passo; ancora qualche passo» pensava Malone dentro di sé, sentendosi abbandonato da ogni forza, ma ciò non bastò e stramazzò al suolo, ancora sanguinante, emettendo un tonfo sordo.
I raggi della luna, inquinati dalle fluorescenti luci della città, provenienti da lampe a combustibile chimico, sfioravano le robuste colonne ricoperte di smalto simile al lapislazzuli, illuminando tenuemente la sala all'interno della quale Malone si svegliò, disteso sopra una sorta di lettiga imbottita. Si portò la mano sinistra all'orecchio per accorgersi che esso fosse stato bendato con delle garze: il bruciore adesso era molto più lieve.
Messosi seduto sopra al giaciglio, si strofinò gli occhi e si stirò, dopodiché, alzatosi, raggiunse una delle aperture per guardare la città di notte, la quale, dalla sua abitazione, non aveva mai potuto apprezzare. I gas delle industrie che si innalzavano leggiadri dalle ciminiere, i bagliori innaturali dei fari che si riflettevano qua e là mentre le automobili sfrecciavano per le vie, gli assordanti suoni dei macchinari che in lontananza si udivano sferragliare, colmavano di stupore e serenità il cuore di Malone.
«Come stai ora?» interruppe quei pensieri improvvisamente una voce femminile. Malone si voltò di scatto e scorse una sagoma scura dall'altra parte della stanza. La voce proseguì: «L'orecchio è perso oramai, ma almeno la ferita potrà rimarginarsi. Come te la sei procurata? Non è la prima volta che ti fai male del resto, a giudicare dalla tua mano...». Washek allora si accorse di non avere più l'arto meccanico attaccato al corpo ed urlò: «La mia mano! Dove si trova?». L'altra rispose gentilmente: «Non preoccuparti: l'abbiamo riposta insieme al tuo bastone da passeggio quando ti abbiamo portato qui». «Voi chi siete?» proseguì il degente. Quella replicò: «Ti hanno portato qui alcuni uomini che ti hanno trovato privo di sensi. Io sono un'infermiera e questo è il nostro ospedale, diciamo; più che altro è una casa dove cerchiamo di curare gli ammalati». «Grazie» replicò Malone: «sono fuggito da un'ingiusta accusa e sono stato ferito. Ho trovato asilo in questo quartiere...». «Ora riposati» concluse l'infermiera: «al sorgere del sole i presbiteri vorranno parlarti» e così scomparve di nuovo tra le tenebre, mentre il tipografo tornò a coricarsi, avvertendo crescere un po' di magone per via dell'incontro che si prospettava di lì a poco.
Il salone si schiarì all'alba, risplendendo di quel blu intenso che, più degli altri colori, dominava mosaici e rivestimenti. Malone era sveglio da quasi un'ora ma sgranò gli occhi soltanto al rumore dei passi di qualcuno che pareva avvicinarsi. Due uomini di carnagione scura, vestiti con tuniche bianche ed occhiali tondi, lo invitarono freddamente a vestirsi e a seguirli. Per il mutilato era stata preparata una veste grigio perla di lino ma le scarpe che gli furono date erano le stesse con le quali era giunto nel ghetto. Si incamminarono per un corridoio lungo e angusto, ricco di mosaici floreali rigonfiati per via dell'umidità e che si sarebbero facilmente sbriciolati al solo tocco delle dita; la polvere di stucco inondava le nari di Malone che ripetutamente tossì, mentre una grossa porta di legno scuro sembrava sempre più prossima. Al di là di quell’uscio, il roseo cielo mattutino si specchiava sulla granitica scalinata rivolta verso la piazza del mercato – in quel momento ancora desolata – dove Washek era svenuto il giorno prima. Quegli individui la attraversarono per raggiungere un'altra costruzione alla quale accedettero.
A differenza della sorta di ospedale nel quale aveva dormito Malone, quell’edificio, detto Presbiterio, era di legno e dall'umile aspetto: appariva come un palazzo edificato con materiali di scarto, sopra le macerie di una precedente abitazione. Le assi di legno che formavano il pavimento erano ruvide ed irregolari, così come una serie di panche – almeno all’apparenza instabili ed insopportabilmente scomode – poste a semicerchio nello stanzone, all’interno del quale si trovavano Malone e gli accompagnatori.
L’ex-tipografo fu fatto inginocchiare col capo chino e, solo in quel momento, gli anziani del ghetto fecero il loro ingresso nella sala, sedendosi al proprio posto; il più illustre dei presbiteri, detto Patriarca, si adagiò sopra una sorta di trono posto nel mezzo del semicerchio, il cui legno scheggiato era ricoperto da alcuni cuscini e teli, fissati con grossi chiodi rugginosi.
Ogni presbitero indossava una tunica viola di raso provvista di un largo cappuccio che ne ricopriva i volti, lasciando scoperta soltanto la lunga barba bianca di ognuno di loro. «Alza il capo!» ordinò veementemente uno dei saggi; Malone obbedì. «Come ti chiami, straniero?» aggiunse. «Malone Washek. Sono un tipografo in fuga per una falsa accusa» replicò l'interlocutore. «Perché sei qui?» continuò l'inquisitore. «Sono scappato dai miei aguzzini e mi sono imbattuto nel vostro quartiere» piagnucolò l’altro. «Di cosa sei stato accusato?».
Malone stava per rispondere quando il Patriarca prese inaspettatamente la parola. «Conosco fin troppo bene le ingiustizie del mondo occidentale, Malone: io stesso ne ho dovuto affrontare le conseguenze sul mio corpo», disse sollevandosi la veste quel tanto che bastava a scoprirgli i piedi: due protuberanze di acciaio, provviste di pistoni ed ingranaggi splendenti. «Le gambe mi furono maciullate da sveglio, siccome decapitai un giovanotto sorpreso a rubare delle nespole nel mio giardino. La pena sarebbe stata la morte se avessi confessato, ma nessuna tortura mi fece cedere. Semplicemente esercitai lecitamente il diritto alla difesa delle mie proprietà e però giudici ed avvocati sostennero che ne avessi abusato... ipocriti! Per questo dobbiamo fare dono a quella civiltà smarrita di leggi eque e disciplina. Ne convieni?». «Assolutamente sì» replicò con titubanza Malone, fortemente messo in soggezione dalla voce potente del capo della comunità, che rimbombava sordamente fra quelle pareti. «Se resterai con noi, ti proteggeremo dalle accuse che ti sono state rivolte, colpevole o no. Abbiamo bisogno di uomini che si uniscano alla nostra causa ma per fare parte della nostra schiera devi dimostrarci di esserne all'altezza. Ti senti pronto?». Malone ribatté: «E se non mi ci sentissi?». Concluse il Patriarca: «In tal caso sarai esiliato dal nostro distretto e dovrai vivere da fuggiasco». «Sono pronto» annunciò Malone.
L'anziano, che per primo aveva interrogato l’ex-tipografo, fece un cenno ad una guardia, la quale si diresse – seguita dallo sguardo di Malone – verso una porticina; vi entrò qualche secondo e poi fece ritorno con un rotolo di stoffa bianco che dispiegò difronte all'inginocchiato: al suo interno vi era sia la protesi di metallo della mano di Washek, sia il bastone tagliente rubato all'editore. «Prendili» disse il presbitero minore: «sono gli oggetti che portavi con te quando ti abbiamo trovato privo di sensi. Se avevi altro, è stato smarrito». Malone indossò il suo arto meccanico e strinse con la sinistra l'altro oggetto. «Adesso alzati in piedi e combatti!».
Malone, balzato in posizione eretta, si voltò di scatto e, a malapena, riuscì ad evitare un fendente di scimitarra, eseguito dall'altra guardia che lo aveva accompagnato; il colpo gli lacerò chirurgicamente un lembo della veste. Ancora un attacco di lama, un altro e un altro ancora, scagliati con violenza ed impeto, che Washek riuscì a schivare con grande difficoltà.
Si trovò presto alla parete e gli parve di non avere vie di fuga, cionondimeno, quando vide giungere l'ennesima stoccata di spada da parte dell'avversario, si lanciò di scatto alla sua destra e dunque l'arma nemica affondò profondamente nel legno, incastrandosi. Tentando di rimuoverla, il combattente si era reso un facile bersaglio e perciò Malone lo percosse con forza alla mano che stringeva l'impugnatura della scimitarra, rompendogli le dita; la sentinella urlò per il dolore e mollò la presa. Poiché inesperto spadaccino, Malone prese a mulinare la sua giannetta per aria, intento a colpire la guardia, che abilmente si destreggiò tra i fendenti. Con la mano ancora intatta, la sentinella strappò il bastone all’avversario, il quale si trovò disarmato. Quest’ultimo fu prontamente colpito al torace e ad uno zigomo, il quale, strappandosi, sanguinò copiosamente. Malone incespicò sulla sua stessa veste e cadde a terra battendo la nuca, chiuse gli occhi dal dolore per un istante ed appena li riaprì, scorse l'appuntito manico dell'arma dell'altro andargli incontro, verso il cranio, con estrema violenza. Istintivamente Malone si portò le mani davanti al viso e così la protesi in metallo riuscì a deviare il colpo; ciò colse di sorpresa l’altro. Malone, tirata su la schiena, affondò le sue dita acuminate nel ventre dell'uomo, una volta, poi un'altra e ancora e ancora, dunque quegli cadde. Malone si rialzò e continuò a bucarlo, sulla cassa toracica, sulle gambe, sulla testa, ovunque, in altre parole, fino a che le assi di legno non furono coperte da un carminio strato di sangue.
Silenzio. Il vincitore del duello si voltò verso la schiera di presbiteri. Ancora silenzio. Così egli pensò di essersi guadagnato una punizione esemplare per via del suo omicidio ma, ad un tratto, la nefasta quiete fu interrotta dal Patriarca che principiò ad applaudire, seguito subito dopo dagli altri anziani, che esplosero in una scrosciante ovazione. Malone sorrise diabolicamente, liberatosi di tutta la rabbia accumulata negli anni, perciò il Patriarca gli domandò: «Perché sorridi? Non sai che l'applauso, secondo la nostra tradizione, significa che sei condannato a morte?». Malone immediatamente sbiancò.
Ridendo fragorosamente, il Patriarca seguitò: «Malone, stavo scherzando: sei stato bravo». Tutti risero di gusto e Malone iniziò a riprendere fiato. «Il nostro piano è semplice: usciremo dal nostro ghetto armati fino ai denti e cercheremo di assediare il municipio. Uccisi il sindaco e l'amministrazione tutta, il potere sarà nostro. Gestiremo Ucronìa come vorremo e tu e gli altri combattenti sarete i nostri condottieri e poi i nostri consiglieri, una volta al potere. Quando passeremo a miglior vita, prederete il nostro posto» concluse il Patriarca. Malone venne congedato e fu invitato ad alloggiare in una stanzetta di un palazzo poco distante dal Presbiterio, vicino ad altri guerrieri.
Nel mese successivo Washek si poté addestrare all'uso delle armi da fuoco insieme agli altri, per i quali divenne il simbolo della redenzione da una vita monotona e di schiavitù, a favore di una vita avventurosa e dedicata alla giustizia.
Venne il giorno dell'attacco. Erano circa le sette di mattina quando correndo ed urlando, circa mille uomini armati di spade, bastoni, fucili ed esplosivi, uscirono dall'arco che permetteva l'accesso nel ghetto aristippico. Fu una grande festa. Gli uomini, condotti da Malone e seguiti dai presbiteri a cavallo, saccheggiarono, uccisero impunemente chi si trovava per le vie a quell'ora e stuprarono quante più donne possibili. Incendiarono le case, distrussero i beni altrui e mutilarono crudelmente chi tentò di fermali. L'intervento delle forze dell'ordine riuscì a togliere la vita ad oltre cento invasori, ma poi anche i difensori di Ucronìa furono sovrastati dall'impeto di quel battaglione. Malone con asperrima gioia cavò con la sua mano meccanica quanti più occhi poté, violentò alcune donne durante l'impeto e bastonò duramente i più giovani, che poi persero la vita, schiacciati dai cavalli degli anziani. L'esercito dello stato fu chiamato in soccorso dai burocratici comunali ma il municipio era oramai vicino e dunque fu conquistato con facilità.
Al sindaco fu aperto il ventre e poi, con un cappio al collo, fu gettato giù dalla finestra del suo ufficio, morendo sul colpo, col collo rotto e le budella giù nella piazza sottostante; dondolò appeso alla corda per quasi due giorni. I membri dell'amministrazione di sesso maschile furono bruciati o fatti esplodere o vivisezionati ed i loro resti usati come cibo per i cavalli seguitamente. Le donne invece furono violentate da tutti gli invasori per alcuni giorni ed infine infibulate e sfigurate con il fuoco, dopodiché furono lasciate libere. Quasi tutte morirono per i traumi riportati e per le infezioni. Il presbiterio fu spostato nella sala consiliare del municipio e la commozione fu incredibilmente forte quando il Patriarca, con le lacrime agli occhi, toltosi il cappuccio, poté sentitamente esclamare: «Finalmente, giustizia!».
Purtroppo, dopo meno di due giorni l'esercito, attraverso un bombardamento aereo, rase al suolo l'edificio municipale, uccidendo la maggior parte degli invasori. I sopravvissuti tra cui Malone ed il Patriarca, vennero subitamente linciati dai soldati e dagli esultanti cittadini di Ucronìa, e dopo smembrati senza pietà.
Ridotto ad un tronco umano, privo di gambe e braccia, sanguinante e prossimo alla morte, Malone sussurrò ai suoi carnefici: «La nostra missione era quella di donare un mondo di verità, onore e pace a tutti voi, ma in una società così corrotta, certi valori non possono più essere accolti. Quando vi accorgerete di ciò a cui avete rinunciato, stolti? Oggi muoiono degli autentici eroi...». Così Malone spirò.
La nuova amministrazione di Ucronìa fece radere al suolo il distretto aristippico ed ogni abitante dello stesso fu esiliato dalla città; al posto di quel ghetto fu costruito un cimitero per commemorare le vittime di quella che fu definita “La strage di Ucronìa”, tuttavia nessuno poté scordarsi mai delle nobili gesta di Malone Washek e di ciò che la sua figura eroica aveva rappresentato: la sincera volontà di uscire dalle proprie prigioni quotidiane ed elevarsi a paladino della lotta politica e degli ideali di serenità.
Tuttora presso Ucronìa, i nonni narrano ai nipotini della leggenda di Malone Washek, dicendo loro: «chissà se mai anche tu diventerai un eroe come Malone, mio caro... questo è un mondo brutto e ce ne sarebbe davvero bisogno tutt’oggi».
Crediti immagini @piccolipeni (Sofia Semilia)