“Scars” è il primo album di Trauma Forward, composto da Jacopo Bucciantini e Davide Lucioli.
Si tratta di un concept album che tenta di rispondere alla domanda «Che cosa è dato conoscere di noi stessi?»
attraverso un ineffabile viaggio che ha luogo in mondi posticci e surreali. Pubblicato a fine dicembre 2016
per L.M. European Music e distribuito da Lizard Records, a seguito di quasi cinque anni di lavoro, dei quali
due in studio di registrazione, “Scars”, apprezzato unanimemente dalla critica, si pone come primo caposaldo
di una trilogia musicale a sfondo filosofico.
Ogni album firmato “Trauma Forward” è corredato da una fenomenologia che ne spiega nel dettaglio le scelte stilistiche ed i significati semantici intrinsechi.
Ne consigliamo la lettura soltanto dopo un ascolto almeno, cosicché esso non ne venga influenzato.
La fenomenologia di "Scars"
Feticci umani dalle lignee membra compresero di esser stati imprigionati dalla nascita all'interno di un dedalo dalle pareti ossidate. Al suo centro sgorgavano visioni ingannevoli ed oppressione quasi insostenibile. L'uscita poté esistere soltanto nel momento in cui quegli esseri riuscirono a sperare che essa esistesse realmente.
Al di là del dedalo vi era il nulla: una insignificante distesa di vuoto, sfiorata da un manto di opaca luce rossa, ove giacevano numerose scatole riempite anch'esse di vuoto. Tutte eccetto una, nella quale il nulla veniva sostituito da un fulgido simulacro rivelatore.
Tale bautta, giacché indossata da uno di loro, modificò la percezione del reale e manifestò la presenza di un decadente edificio poco distante, paralizzato in un perpetuo crepuscolo. Ivi era ubicata una ferrovia antica, in procinto di essere attraversata da un treno; eppure più esso pareva prossimo, tanto più era lontano, fermo in un eterno divenire.
La comprensione del concetto trasportò lontano, mediante vagone invisibile, il feticcio mascherato che giunse presso una umida prateria, carezzata da una brezza gentile. Ivi quegli si dilettò con un aquilone, il quale, sfuggitogli, gli mostrò la caducità di quella natura amena, invero stretta nella vitrea morsa di una menzogna.
Il feticcio nudo, diversamente, attese invano ancora e ancora. Deluso, decise di oltrepassare il sottopassaggio poco distante, perciò raggiunse una cava ove sabbia era estratta da altra sabbia, quindi depositata in un’enorme clessidra incolmabile. Allora un aquilone, dal cielo, gli cadde ai piedi ma a causa dell’assenza di vento, esso non poté essere librato ancora.
Uscito dalla trasparente lastra, tramite poligonale squarcio, il feticcio dal volto coperto si addentrò in una fitta foresta di conifere, abbracciata dalla tenebra, passo dopo passo, sempre più compulsivamente. Una tremenda tempesta di neve poi lo sorprese ed esso, cercando riparo, corse ingenuamente al centro d’un lago ghiacciato, la cui superficie solida si infranse, lasciandolo sprofondare. La lignea materia presto poté risalire, però l’entità riemerse dalle placide acque di una fontana, nascosta tra i cespugli d’una dolce collina, scaldata da un mite pomeriggio estivo.
L’essere nudo, sceso nell’arida cava, osservò torce arse da fiamme di smeraldo proiettare ombre antropomorfe sulla cruda roccia: degli empi macchinari smuovevano sagome fittizie avanti ed indietro, illudendo il fruitore. Poco avanti, un sole inciso nella pietra, al cui centro era collocata una profonda cavità, gocciolava sostanze corvine; avidamente risucchiò l’ignaro feticcio.
L’entità mascherata, allontanatasi dalla fontana, raggiunse un sentiero muscoso fra campi biondissimi. S’imbatté, oltre, in un bivio, nel mezzo del quale era posto un cartello di quercia ove era stato intagliato il seguente ammonimento: «Ignora questo segnale».
L’ignudo ente ligneo venne sputato da un tubo metallico sopra una pozza di colloso catrame. Ivi rinvenne un’altra bautta però nera. Posta a copertura del viso, il feticcio si addentrò per un collinare paesaggio notturno, partecipe di cancelli e segnali di pericolo. L’erba, più in là, morendo lasciava spazio a cenere violacea, la quale contaminava impunemente le acque di uno stagno schiumoso. Malignamente, tuttavia, il moro simulacro nascose la palude alla vista dell’essere che oramai si trovava in prossimità del bordo periglioso.
Oppostamente era pervenuto l’ente con la maschera bianca che scorse l’altro affondare nel liquido contaminato. Indifferente dapprima, tentò di soccorrerlo poi, spingendosi ove esso era caduto, con l’ausilio di una malconcia zattera. Purtroppo, i tentativi furono vani e il feticcio dal capo coperto di nero sprofondò. Nel corso della discesa, l’entità riuscì faticosamente a rimuovere il simulacro oscuro che si disgregò in innumerevoli gocce catramose. Annegò dolcemente sul fondale, libero dalle insidie.
Con l’animo dolente per la perdita, il feticcio vivo si trovò alla deriva sul mezzo di fortuna. Scorse in lontananza un salice piangente e un cappio per le impiccagioni legato ad uno dei rami; per un momento ebbe l’impressione che vi fosse appeso il proprio gemello. Disperato si gettò nell’acquitrino e, sprofondando nel buio, smarrì la percezione delle onde che lo sfioravano.
Il vivente, recuperati i sensi, realizzò d’essere in una stanza oscura, squarciata da un penetrante raggio di luce proveniente da una fessura; ivi era sito l’uscio. Fuori dal vano, il feticcio osservò un giardino rigoglioso, decorato con sprazzi di terra ben arata e laghetti luccicanti. Più in là, invece, principiava la base di una collina sulla sommità della quale, in controluce, sembra passeggiare un essere. L’ente ligneo corse, con tutte le forze, sulla cima del monte e cadde stremato. Alzata la testa, vide una mano amica offertagli per alzarsi nuovamente.